Il superamento di Machiavelli
di Rocco Montano

 

Autore Rocco Montano
Titolo Il superamento di Machiavelli
Edizione Conte G. B. Vico, Napoli
 

Comune di Stigliano

Ricordo di Rocco Montano

CONOSCERE LE OPERE:
Dante, filosofo e poeta

Il superamento di Machiavelli

Shakespeare  
 



PREMESSA

Chi imbeve la sua salvezza nel sangue degli onesti non troverà che salvezza sanguinosa e malsicura.
Shakespeare, Re Giovanni

Le cose ingiuste non possono durare; la giustizia è fatta come l'acqua che quando è impedita nel suo corso ella rompe quello impedimento e ella cresce e ingrossa ch'ella sbocca poi di sopra.
Poliziano, Detti, 328

Ci sono punti essenziali della nostra storia culturale che, mi sembra, dovrebbero essere completamente riesaminati. Uno di essi, come ho cercato di mostrare nel saggio-antologia Machiavelli: valore e limiti, (Firenze, Sansoni, 1974) di cui il presente volume è sostanzialmente la continuazione, riguarda la validità o meno della concezione dello stesso Machiavelli come teoria dello stato e della politica. La cultura italiana, a causa, sopra tutto, dei suoi fondamenti risorgimentistici, protestanti, ottocenteschi - rimasti immutati da De Sanctis a Croce a Chabod e ai più recenti studiosi del pensiero politico machiavelliano - si è rifiutata di considerare che questo pensiero non è semplicemente passibile di una critica moralistica, tutta scontata, ma da una visione profondamente unilaterale e limitata, non realistica dello stato e della politica. Machiavelli non si rese conto che il principe non opera, nel mezzo di una massa che è "vulgo" e che darà sempre l'assenso a chi vince, qualunque siano i mezzi da lui adoperati. Il popolo ha dei princìpi morali, religiosi, dei sentimenti, giudica sempre coloro che governano, è disposto a seguirli quando essi riscuotono la sua fiducia. Il principe che va avanti con la frode, con la violenza, che non mantiene la parola, tradisce, uccide, potrà avere dei successi, ma sarà costretto dalla logica della sua azione a usare nuove violenze, a versare nuovo sangue per mantenere il potere, si creerà sempre nuovi nemici, all'interno e all'esterno del proprio stato. Il popolo cesserà di seguirlo; se si presenterà un'occasione, guidato da capi più degni, si rivolterà, lo ucciderà. Lo stato non è l'arena dove i più forti, i più cinici vincono. Il principe potrà essere immorale, privo di scrupoli, in non pochi casi anche il delitto può trovare una giustificazione, ma egli dovrà sempre fare i conti con la coscienza morale, religiosa della cittadinanza e dello stato; se è realista egli sa che non può mettersi contro i sentimenti della massa; questi sono reali, possono contare più della forza. Non si tratta puramente di vincere; occorre vincere legittimamente, conquistare il consenso, lottare per una causa valida. Lo stato non è fatto di uno che comanda e di una massa che ubbidisce. Il potere, dice la profonda espressione di Maurice Merleau-Ponty che abbiamo riportata nel volume sopra citato, è dell'ordine del silenzio. C'è sempre un tacito accordo tra chi governa e chi è governato; quando l'azione del principe supera certi limiti di rottura, vìola la giustizia, si macchia di sangue innocente, allora la rivolta, nascosta o meno, prende piede, si coalizzano i vicini, il potere è costretto a farsi repressione; non si ha più lo stato ma la tirannia, la dittatura più o meno sanguinosa, da abbattere.

Machiavelli vide solo il lato della forza nel mondo politico; non si rese conto del fondamento più vero dello stato, ignorò l'anima popolare, il peso grandissimo che hanno in ogni società il giudizio dei buoni, le tradizioni morali, religiose, il senso della giustizia. Credette di seguire la "realtà effettuale" della politica e gli sfuggì la sostanza di essa, il fatto che la società si regge su certe correnti di opinione, su fondamentali concetti del giusto e del bene, che ci sono infiniti fili che legano i governati a un governante, e c'è il peso del passato, la speranza dell'avvenire. Machiavelli vide solo il principio della conquista, il più ingannevole, diede la visione più unilaterale, meno realistica del gioco della politica. Ma la critica italiana, da De Sanctis a Croce, a Gramsci, a tutti i critici di questo dopoguerra, non si è accorta di questi limiti fondamentali del pensiero machiavelliano; ha continuato a parlare di lui come dello scopritore e del più autentico esponente della "scienza" politica, come del maestro del realismo, come dell'assertore inconfutabile della autonomia della politica rispetto alla morale. Non si è saputo o voluto vedere che il principe può per suo conto mettere da parte ogni scrupolo morale o religioso e credere che la politica sia una giungla, una arena in cui se Cesare non ammazza Bruto, Bruto ammazzerà Cesare, ma nella società reale occorre far conto di ciò che rende una qualsiasi azione accettabile ai più; occorre valutare se il ricorso all'azione è legittimo, giustificato. Sono le scelte più giuste quelle che hanno più probabilità di essere accettate, seguite. Il giudizio morale viene prima. Gli uomini non badano solo all'interesse e se il principe non tocca la loro borsa tutto va bene; essi si rivoltano contro l'ingiustizia, la immoralità, lottano per la libertà, per quella che chiamano patria, per la religione, sacrificano la vita per cose che non hanno nessuna portata materiale. La società non è una associazione di interessi; è una unione di persone che credono in certi princìpi e vogliono attuarli.

Non si è parlato dunque, minimamente, nella nostra cultura, di un superamento di Machiavelli. Il titolo di questo libro non ha senso o tradisce una vana impostazione moralistica. Non c'è nulla da superare. C'erano, si dice, degli antimachiavellici, ma si trattava di spiriti bigotti o ipocriti, gente arretrata che dava dei giudizi moralistici e ignorava la realtà politica di cui Machiavelli fu interprete. E c'erano invece i machiavellici, i realisti, fra cui primo, per i marxisti, Gramsci. Gli scrittori politici del Cinquecento sono, immancabilmente divisi in due schiere: i moralisti e i realisti, cioè i machiavellici. Del movimento del tacitismo, cioè della speculazione politica che formulò, sulla base di Tacito, del ritratto di Tiberio dato dallo storico latino, i princìpi della scienza politica si è detto, e si dice, che fu una forma di machiavellismo camuffato. Poiché, si dice, durante la Controriforma, non si poteva far riferimento all'opera invisa di Machiavelli, si traevano da Tacito i princìpi di una politica cinica e priva di scrupoli, gli stessi che erano nel Principe. Parimenti si è detto, e si dice, che i numerosi trattati della "ragion di stato" che furono composti dagli uomini della Controriforma non furono che questo: una accettazione della dottrina di Machiavelli col solo correttivo che i mezzi e l'azione da lui indicati ed esaltati fossero messi al servizio della religione e dello stato assoluto che ne era il sostegno. Il machiavellismo restava; Botero non era che un Machiavelli che lavorava al servizio del monarca assoluto protettore della Chiesa.

È questa una visione storica contro la quale nessuno ha sollevato o solleva obbiezioni. Ma si tratta certamente di una visione totalmente falsa. Certamente il ritratto che dà Tacito di Tiberio rivela un maestro di crudeltà, astuzia, abilità politica, inganno rispetto al quale Cesare Borgia, che Machiavelli aveva presentato come "imitabile", come modello del principe, appare come un rozzo novizio. Ma la differenza, essenziale, è che Tacito non magnifica Tiberio, anzi lo giudica con la più dura severità morale. Solo uno spirito intrinsecamente malvagio e privo di moralità potrebbe essere indotto a fare di Tiberio un modello da imitare. I lettori, i teorici della Controriforma videro messa a nudo, negli Annali, tutta la gamma della astuzia, iniqua o meno, praticata da Augusto e Tiberio. Essi sapevano che in molti casi anche la crudeltà, la forza, l'inganno sono necessari. Ma furono ben lontani dal trarre insegnamenti di negazione dei princìpi morali nella politica. Rilevarono ciò che era giustificabile e ciò che non lo era. Formarono una teoria politica fondata sulla piena consapevolezza delle dure necessità della politica, ma anche cosciente del fatto che il politico deve di volta in volta valutare l'esempio offerto, trovare ciò che è più conforme alle esigenze del popolo e a una politica più sana, più realistica. Scipione Ammirato, Virgilio Malvezzi si servono di Tacito per una analisi assai più penetrante del fatto politico di quella dei Machiavellici e sono decisamente antimachiavellici.

Lo stesso è da dire di Botero e degli altri teorici della ragion di stato. Questo termine che è il titolo dell'opera di Botero non ha certamente, per l'autore, il senso di una ragione che deve misconoscere più o meno costantemente e necessariamente le norme morali. Per Botero "ragion di stato" significa semplicemente "teoria e pratica dello stato", "notizia dei mezzi atti a fondare, conservare e ampliare un dominio". E la cosa più lontana dalla mente dell'autore è che i mezzi siano sempre legittimi, che la moralità si debba mettere da parte o che il fine giustifica qualunque mezzo. L'affermazione basilare di Botero è che "chi sottrae alla coscienza la sua giurisdizione universale sì nelle cose pubbliche che nelle private mostra che non have né anima né Dio".

Siamo perfettamente agli antipodi di Machiavelli, su un piano di assai più elevata e matura coscienza politica. Gli uomini della Controriforma, Bellarmino, Botero, Malvezzi sanno che il principe che vìola le credenze, i princìpi, i sentimenti, la coscienza popolare non è soltanto biasimevole rispetto alla norma religiosa ma dà prova di inettitudine politica. Proprio perché opera in una società che ha certi valori ed è certamente disposta a seguire chi non porta una bandiera insanguinata, macchiata dal delitto, il principe è costretto a valutare gli effetti e la sostanza dei suoi atti, deve scegliere ciò che non è moralmente biasimevole, deve procedere il più possibile nella linea che il popolo, le persone più stimate e influenti possono approvare.

Siamo dunque, con il tacitismo e la ragion di stato, su un piano di più avveduta, più sana e, in sostanza, più realistica coscienza politica. Ma è con Vico che si ha il vero superamento di Machiavelli in quanto non ci si riferisce più soltanto a ciò che il principe deve fare, a una condotta che deve tenere conto, insieme, di circostanze e necessità le quali a volte impongono la violazione di comuni norme in nome di una moralità più alta e di fondamentali istanze morali, ma si comprende che cosa è veramente lo stato; si vede cioè che questo non è già una associazione dettata dall'interesse e tanto meno è l'arena di cui parla Machiavelli in cui i furbi, i violenti, gli uomini senza scrupoli hanno la meglio e dettano legge. Vico ha messo in chiaro, irrefutabilmente, che nella vita politica operano e si temperano a vicenda i bisogni materiali con il senso del giusto, del bene, della religione che, sia pure in vario modo oscurato, si trova in ogni uomo. Non c'è né la pura forza, né l'accordo degli interessi di cui parla Locke. C'è, ineliminabile e fondamentale, il senso del diritto. Al di sopra, c'è la Provvidenza, la stessa che sostiene l'organismo vivente contro le forze dissolutrici e assicura la perennità della specie e impedisce che gli uomini cadano nella strage reciproca, permette errori e deviazioni perché in tante situazioni, specialmente nelle società primitive, è quello il solo modo in cui l'uomo può elevarsi a un più alto grado di vita civile, dà una logica al processo storico. C'è sempre, insieme, l'utile e il giusto in ogni convivenza e Vico chiama "epicurei" coloro che, come Machiavelli e come i giusnaturalisti, come Hobbes, Locke, Spinoza e, noi potremmo aggiungere, come Marx, parlano della società come del risultato di accordi, di urti di forze e di interessi. Non ci potrebbe essere società, dimostra Vico nel modo più inconfutabile, se non ci fosse un consenso su certe idee fondamentali del giusto e del bene, se non ci fosse una tendenza a cercare il bene comune. Lo stato nasce dalla comune riverenza per certi princìpi religiosi, da una forza del vero, innata in ogni uomo, depositata da Dio, che pur tra interessi, cecità, delitti, sostiene e spinge gli uomini nel difficile corso della storia.

Ma ancora qui la nostra storiografia ha ignorato il movimento del pensiero che porta a Vico e alla sua decisa, profonda rivolta contro il giusnaturalismo e il pensiero politico illuministico. Vico e la cultura napoletana che lo precede sono stati confusi con il naturalismo a cui egli si oppose con tutte le sue forze. Croce, come abbiamo detto, ha parlato, fraintendendo tutto, di Vico come di un continuatore di Machiavelli. Si è creduto, prima di tutto, che la linea di pensiero che si sviluppa dal luteranesimo e con Hobbes, Locke, Spinoza pone una totale separazione tra la sfera politica e la sfera etico-religiosa fosse la linea "moderna", l'unica valida. È restata dominante, cioè, la visione protestante. Da una parte si è ignorato il senso e il valore del pensiero dei politici della Controriforma e si è fatto di essi dei sostenitori del machiavellismo assolutistico e si è mescolato Vico con gli illuministi e i giusnaturalisti, dall'altro lato si è preferito ignorare che alla base del pensiero di Lutero, di Calvino e di tutti i pensatori protestanti (esclusi gli Anabattisti, contro i quali Lutero scatenò la guerra più feroce e che negarono totalmente lo stato) è il principio che i governanti, comunque siano, sono "ministri di Dio", che ogni disobbedienza è una offesa a Dio, che il Re non può essere giudicato, ha diritto di vita e di morte sui sudditi e se è malvagio vuol dire semplicemente che Dio ha voluto imporre un Re malvagio. Questo è ciò che anche Bonhoeffer, uno dei più autorevoli teologi protestanti di questo secolo ha riaffermato. E non sarebbe ingiusto se queste posizioni venissero messe a confronto con quelle di Vida, di Bellarmino, di Suarez, nel Cinquecento, in cui è mostrato che il principe non può violare la coscienza popolare, che una legge e un Re ingiusti non sono né una legge né un re, che il potere risiede nel popolo.

In questo volume sono dati numerosi testi comprovanti entrambe le posizioni dei teorici cattolici del Cinquecento e quelle dei padri del protestantesimo. Ma la cosa certamente più importante che si è voluto mettere in luce è che anche la concezione politica che venne poi a svilupparsi sulla base del protestantesimo e implicante una totale separazione tra la sfera degli interessi, della forza, della politica o di quella che Marx chiamerebbe la struttura e la sfera religiosa va contro la realtà della natura umana, che è una unità di spirito e di materia, ed è assai spesso la più lontana dal garantire l'autonomia morale dell'individuo, il rispetto del giusto e la tutela del bene comune.

Le maggioranze che si vengono a formare possono non avere alcun rispetto per la religione, la vita dei singoli. Quando si creda, come credono i comunisti, che gli interessi economici, i piani sociali sono ciò che conta, è fatale che altri diritti, della persona, della famiglia, della vita morale vengano ignorati e conculcati. Lo stato liberale di Locke e della Rivoluzione Francese non ha la forza contro il costituirsi di maggioranze fasciste o naziste o staliniste, né ha dei princìpi morali con cui opporsi all'avanzata di ideologie aberranti. Vico vide bene che lo stato naturalistico e lo stato illuministico come quello machiavellico portano alla negazione di Dio, annegano tutto nel materialismo, uccidono le forze vere della società.

È, questo, io penso di aver mostrato, il vero, necessario superamento di Machiavelli, un fatto fondamentale della storia del pensiero politico che la nostra cultura, schiava di vecchi luoghi comuni crociani e risorgimentistici, marxisti, ottocenteschi ha completamente ignorato. Ed occorrerebbe dire che un riesame di questo processo del pensiero politico, con la messa in luce delle grosse deficienze del machiavellismo e dello stato illuministico, liberale, laico, dello stato fondato su puri rapporti di interessi, su una mera regolarizzazione di fattori che si dicono sociali e sono in verità solo fattori economici, modi della produzione, tale esame dovrebbe comportare anche una messa in discussione delle nostre posizioni. La storia si fa non già per giudicare il passato dall'alto di una verità che noi possediamo ma proprio per verificare le nostre assunzioni teoriche.

Prima di tutto, io credo, è il problema stesso delle ragioni e dei modi della storiografia che si ripropone. Il sistema che già imperò con Croce ed è diventato la base di tutta la storiografia marxista, per cui si crede che la storiografia deve mirare a stabilire la razionalità di tutto il corso storico (in verità non si fa che condannare o assolvere il passato in rapporto alla nostra ideologia), il sistema per cui ad un certo punto non importava più sapere che cosa fu effettivamente il Rinascimento, che cosa pensò Dante, ma importava indicare - in base a una conoscenza approssimativa e di terza mano - se Vico o l'umanesimo si conformava ai nostri orientamenti, se Dante fu poeta o non, fu reazionario o progressista, ha interamente sostituito lo scrupolo di aderire ai fatti storici, di accertare quali oggettivamente furono i valori creati; è ovvio che Dante non aspetta il nostro tribunale; siamo noi che dobbiamo dar prova delle nostre capacità riconoscendo ciò che è storicamente valido. In moltissimi casi ci si è dati da fare a deformare quelli che non sembravano prestarsi alla propria scala di valori e si è fatto di Vico e Petrarca, Genovesi e Parini dei "moderni". Io penso che sia più che esatto ciò che una volta osservò Carducci a proposito del sistema, seguito già da De Sanctis, di considerare il passato in funzione della propria ideologia, approvando ciò che poteva essere reso conforme ad essa e rigettando ciò che non si prestava a fare da precorrimento. Poiché per tal via era accaduto a De Sanctis di esprimere, come sappiamo, un giudizio sostanzialmente negativo sul Rinascimento, colpevole di aver ignorato tanto le istanze patriottiche care al Risorgimento quanto gli impulsi religiosi della Riforma luterana, Carducci obbiettò: "E che morti sono questi a cui canta le esequie l'Ariosto, Michelangelo edifica il cimitero e scolpisce i sepolcri, i quali a gara dipingono Leonardo e Raffaello e Tiziano? Potrà bene quel filosofo della storia con molta accensione d'ingegno provarci che il movimento dell'Italia nel secolo decimosesto altro non fu che oblio spensierato della realtà e un prepararsi a ben morire, che l'Italia doveva morire perché non si era fatta nazione e non aveva la coscienza di nazione; potrà questo storico della letteratura con squisite sottigliezze mostrarci che tutta l'arte del secolo decimosesto è dissoluzione e che l'Italia doveva dissolversi perché non credeva, perché non aveva operato la riforma della religione. Ma la storia è quello che è; volerla rifare noi, a nostro senso voler vedere noi come un tema scolastico il gran tema dei secoli e iscrivervi sopra, con cipiglio di maestri, le correzioni e, peggio, cancellar d'un frego di penna le pagine che non ci gustano e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica nostra e della nostra declamazione un popolo come uno scolaro, o anche tagliargli il capo di netto, quando è tutto vivo, perché non ha fatto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo voluto che facesse: tutto ciò è arbitrio o ginnastica d'ingegno, ma non è il vero, anzi è il contrario. La storia è quello che è".

Ovviamente ogni storico può essere fuorviato dalle proprie posizioni di partenza. Ma è diverso se si parte dall'assunto di possedere la verità e di dover in base ad essa fare il processo al passato ed è diverso il caso di chi si sforza non di erigere un tribunale ma di capire come andarono le cose. Non esiste una norma matematica per mostrare dove sta la ragione. Anche chi fa la più grossa deformazione storica può reclamare di essere obbiettivo. Nel caso presente penso che i fatti siano abbastanza evidenti. Certamente non ho voluto affermare un credo né mi sono preoccupato della taccia o della etichetta di progressista o di reazionario che potevano applicarmi. Credo che sia già molto se nei nostri studi facciamo avanzare di un poco la conoscenza dei fatti senza presumere di farci portabandiera o ridurci a funzionari di partito.