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PREMESSA
Quando nel 1951 io diedi inizio ad una interpretazione totale di Dante che
rovesciava completamente la visione formata nel Risorgimento e mantenuta,
consacrata, da tutta la critica storica, da quella estetica di Croce e dei
crociani, dalla critica post-crociana, non c'era nessunissimo dubbio negli
interpreti e nei lettori di Dante, sia gli italiani che gli stranieri,
intorno al fatto che i moti di pietà di cui si legge nella Commedia,
manifestati da Dante nei riguardi di Francesca da Rimini, i sentimenti di
parte, di orgoglio e di ammirazione manifestati nel canto di Farinata, la
riverenza, l'amore filiale dichiarati al vecchio Brunetto, la fascinosa
presentazione di Ulisse e anche le superbe parole che questi dice di aver
rivolto ai propri compagni - "Nati non foste a viver..." - erano sentimenti,
moti di ammirazione e di attrazione dello stesso poeta. De Sanctis aveva
persino detto che Dante era "più infernale" dei suoi personaggi, partecipava
della loro veemente ed indistruttibile passionalità ed egli stesso, il
poeta, quando scriveva quegli episodi, era ancora avvolto nelle passioni
della terra, negli odi, risentimenti, nei moti di orgoglio e di nostalgia
della lotta fiorentina. Ed era, si diceva, proprio in questo insorgere
prorompente delle passioni, dei moti di odio e di pietà, degli impulsi
terreni di vendetta, la vera manifestazione dell'umanità di Dante e la vera
forza della sua poesia. Dante, il protagonista dell'avventura
soprannaturale, era, specialmente nell'Inferno, e poi nei moti di commozione
e di rimpianto espressi nel Purgatorio, il vero Dante, il poeta. Non c'era
dubbio. Non si teneva minimamente conto, si ignorava completamente il fatto
che Dante dovè incominciare a scrivere il suo poema dopo aver esperimentato
in sé la visione del mondo della beatitudine ed essersi elevato, con l'aiuto
di S. Bernardo e della Vergine, fino all'ultima visione di Dio ed era dunque
del tutto irragionevole pensare che egli, il Poeta, invece di comunicare ai
lettori il senso negativo del male, di mostrare le varie facce del peccato
quali si rivelano, nella più vera essenza, nei regni dell'aldilà, abbia
presentato aspetti cari al suo cuore e forme di umanità verso le quali non
solo egli sarebbe attratto ma che il lettore stesso sarebbe portato ad
ammirare.
Non si considera, prima di tutto, che nel suo poema Dante doveva fare una
cosa sola: rappresentare se stesso come uomo smarrito, ancora del tutto
lontano dalla luce - egli fa il viaggio nei tre regni dell'aldilà proprio
per risoffrire il male e per redimersi, per liberarsi dal peccato,
acquistare la libertà del proprio arbitrio - e dunque incapace, durante il
cammino, specialmente nell'Inferno, di scorgere il volto del peccato, tale
da esserne attratto, contaminato, come è inevitabile quando l'uomo si
accosta al male. Virgilio, a Beatrice che è scesa nel Limbo ad incontrarlo,
domanda come mai essa non abbia avuto timore di scendere fra le tenebre e
Beatrice gli risponde che lei è fatta tale, ora, da Dio, che non può essere
toccata dalla "miseria", dal male dell'Inferno. Ma è evidente che non può
essere tale la condizione di Dante, l'uomo appena uscito dalla foresta
oscura, che è stato sull'orlo della seconda morte, cioè della totale
perdizione. Egli non può passare nell'Inferno senza esserne contagiato.
È chiaro, in altri termini, che nel divino Poema dobbiamo trovare la storia
di un'anima inferma, cieca, che deve fare esperienza del peccato per averne
la contrizione e per potersene a grado a grado liberare e pertanto passa di
nuovo per certe forme di peccato in cui era caduto in vita e subisce il
contagio dei peccati a cui si accosta. È chiaro che il Dante che ha pietà
per Francesca è il Dante pellegrino della salvezza, che è, inevitabilmente,
ancora attratto nella illusione dei poeti stilnovisti per cui l'amore
aderisce sempre al cuor gentile ed è causa di nobiltà - un peccato grave dal
punto di vista della coscienza cristiana per la quale non l'amore e
l'attrazione verso la bellezza è motivo di ascesa al cielo ma è solo
dall'amore di Dio che può trarre un qualsiasi valore e originarsi l'amore
delle creature - ed è coinvolto nelle spire del male. Si tratta di
distinguere cioè le emozioni, ciò che dice questo Dante protagonista e
succubo delle esperienze infernali, dal poeta che narra la storia e la
considera dall'alto della sua riconquistata coscienza cristiana. L'incontro
che è ritratto non è l’incontro tra il poeta quale è nel momento in cui
scrive e l'anima dannata, ma è un incontro nelle tenebre, del Dante
peccatore con chi è nell'Inferno e non può avere nemmeno la coscienza del
male commesso. Così nell'incontro con Farinata è il vecchio Dante, uomo di
parte che è ripreso nelle spire della rissa politica e contende con il fiero
capo ghibellino tutto assorbito nel ricordo della patria terrena a cui egli
è restato attaccato da epicureo, dimentico della sorte soprannaturale
dell'anima. Anche qui il pellegrino di una salvezza ancora lontana è, come
il peccatore, sul suo stesso piano, con lo stesso ottenebramento di chi vive
la lotta politica come se essa fosse tutto nella vita e non sa guardare più
in alto, alla vera patria, quella celeste, ed è per questo chiuso nella
tomba infernale. Chi si inchina riverente a Brunetto, al vecchio, nudo,
immondo, maestro non può essere più il poeta, ma è l'uomo, il pupillo che
ritorna, sotto il contagio del peccato, ad un tempo di cecità e si
meraviglia ora di trovare qui il maestro ancora ammirato. È una vicenda di
ricaduta e di graduale redenzione che viene presentata. Ad una delle anime
del Purgatorio il pellegrino dice: "più su men vo' per non esser più cieco";
ma durante il cammino è cieco, non può non esserlo. È per questo che viene
attratto morbosamente verso Ulisse e si protende verso di lui fino a
rischiare di cadere nella bolgia e prega Virgilio mille volte perché lo
lasci parlare con l'eroe greco. Il fatto è che egli è ancora qui contagiato
dal peccato, dallo stesso vano desiderio di conoscere per cui Ulisse ha
abbandonato i suoi cari ed è andato a morire in un mondo senza gente, in una
inutile impresa.
Tutti gli episodi del Poema, io indicai nei saggi raccolti nel volume
Suggerimenti per una lettura di Dante (1956) e mostrai poi punto per punto
nei due volumi di Storia della poesia di Dante (1962), di cui la presente
monografia vuole essere un rifacimento, vanno letti come momenti di una
tremenda avventura di un'anima peccatrice e man mano libera dal peccato.
Essi hanno un senso del tutto antitetico a quello indicato dalla critica
sempre disposta a identificare il poeta col personaggio Dante ed a prestare
al primo, le reazioni, le emozioni del secondo. Poiché al mondo romantico,
da cui è dipesa tutta la critica da De Sanctis a Croce ed ai critici dopo
Croce, certe reazioni come quelle che sono manifestate negli episodi di
Francesca, di Farinata, di Brunetto, dei papi simoniaci, apparivano nobili,
umane, non si aveva difficoltà a prestarle al poeta. Non si cercava di
vedere quale poteva essere, invece, l'atteggiamento di colui che scriveva il
poema essendo già in possesso della più alta sensibilità cristiana: di una
sensibilità che certamente non poteva consentire con la cieca passionalità
politica di Farinata o con le illusioni cavalleresche di Francesca e con la
inordinata brama di conoscere di Ulisse.
Per questa confusione tutta la personalità di Dante era presentata in una
luce totalmente distorta e si esaltavano di lui proprio quei moti di
passione, di cecità, di distorta umanità che egli invece ha ritrovato in se
stesso come moti peccaminosi e come tali li ha condannati nell'Inferno.
Occorreva conoscere davvero quale fu invece la personalità del poeta;
occorreva farne la storia, dalle illusioni neoplatoniche e cortesi delle
rime giovanili al riconoscimento che Beatrice non era come le altre donne
angelicate dei poeti ma era una vera santa; dalle tendenze averroistiche del
tempo dell'amicizia con Cavalcanti alla scoperta di S. Alberto Magno (nel
Convivio) alle teorie anticattoliche della Monarchia, alla adesione alla
teologia di S. Tommaso e di S. Bonaventura. Veniva fuori, da tale
ricostruzione, un Dante totalmente diverso da quello dei critici romantici e
post-romantici. Ed è questa ben diversa personalità di Dante che io
ricostruii e presentai nei volumi citati. Prima di tutto mostrai, in base
alle precise indicazioni del poeta, che la Commedia non è una favola
allegorica in cui il poeta "immagina" (come si dice sempre nel commentare il
primo verso del Poema) di essersi ritrovato in una selva oscura e di aver
fatto un pellegrinaggio, fittizio, nell'oltretomba. Non è una costruzione
didascalica, ma il racconto di ciò che Dante, l'autore, ha "visto"
miracolosamente, di un viaggio organizzato da Dio e contemplato con gli
occhi della mente, al di là del tempo e dello spazio (eccetto quello che si
legge nel I canto dell'Inferno, dove è senza dubbio una presentazione
allegorica dei precedenti della miracolosa missione). E diventava chiaro che
Dante non è in alcun modo l'uomo dalle passioni veementi, il ghibellino che
pensa ad un Impero ormai tramontato, il poeta che, pur avendo intrapreso un
poema inteso a comunicare al mondo le vie di Dio, ha l'animo sempre rivolto
alla terra, dimentica ad ogni punto la condanna che incombe sui dannati e
solidarizza con loro, preferirebbe sostare con Brunetto ai margini della
pioggia di fuoco invece di proseguire il proprio cammino di espiazione e di
redenzione, ma è uno degli uomini più ardenti di pietà (nessuno, è detto per
bocca di Beatrice, ebbe mai più Speranza di lui nella Chiesa) e uno dei più
grandi teologi del suo tempo, insieme con S. Bonaventura e S. Tommaso; un
teologo assolutamente coerente che mette in luce, nel suo poema, nel modo
più sicuro e fedele, le colpe e i meriti degli uomini quali egli li vede nel
giudizio divino. Si vede, fra l'altro, che quello dell'Impero non è il sogno
nostalgico di uno spirito che, come sempre si sostiene, non sa guardare alla
realtà presente dei nuovi stati cittadini e nazionali, ma è frutto della
visione lungimirante di un uomo di altissima intelligenza e preveggenza
politica e religiosa il quale sa che senza una suprema autorità morale e
politica in Europa e soprattutto in Italia, stati e città non potranno che
dissanguarsi in una lotta fratricida senza fine (come fu difatti quella che
ebbe luogo nella penisola per vari secoli).
Quel mio libro diede, appunto, la ricostruzione rigorosa delle idee del
Poeta sull'amore, sulla politica (venne eliminata la confusione fondamentale
per cui le idee esposte nella Monarchia e nel Convivio vengono identificate
con quelle stesse espresse nella Divina Commedia), sulla giustizia, sui
problemi della conoscenza. Ma la critica italiana non si accorse, non volle
accorgersi della nuova visione di Dante che era offerta e che mutava,
insieme, il senso di tutti gli episodi e la immagine del Poeta. Qualcuno si
valse, per uno o due episodi, senza dichiarare da dove gli venisse l'idea,
della distinzione da me operata fra il personaggio Dante ed il Poeta, ma,
non avendo la percezione dell'impostazione di tutto il poema, finì per
cadere nelle più grosse confusioni. Qualche altro cercò di dire che io avevo
ripreso tesi di autori americani che in verità avevano scritto molto dopo di
me e si erano magari valsi, senza dichiararlo, dei miei studi (tanto, questi
erano ignorati dalla massa dei lettori). Qualcuno disse che avevo ripreso
una tesi di Gianfranco Contini il quale in verità, quasi dieci anni dopo dei
miei saggi, mise fuori la più ridicola teoria secondo la quale nella
Commedia sarebbe ritratto il viaggio di un personaggio-poeta che durante il
cammino incontra concittadini, artisti, poeti e conversa con loro di cose
ben lontane dai problemi del peccato e della salvezza. Una tesi che
distrugge completamente il senso di tutta la Commedia. Altri ancora (e
potrei fare qui il nome di Giuseppe Petronio) ha riconosciuto, senza dire da
dove gli fosse venuta la nozione, che la critica romantica (ancora vigente)
aveva trasferito al Poeta gli aspetti della personalità del personaggio.
Egli attribuiva a critici che si erano manifestatamente, malamente serviti
delle mie indicazioni senza, a loro volta, farne menzione, la distinzione
tra il Dante pellegrino e il Dante poeta, ma cadeva nelle più grosse
confusioni e finiva per dire che "specialmente nell'Inferno Dante
personaggio è anche Dante Alighieri, l'uomo storico e individuo che in
quella storia versa tutto se stesso...". Era evidente, cioè, che
l'intelligentissimo critico non aveva capito che proprio nel mondo del
peccato, per il contagio del male a cui si accosta, il pellegrino Dante deve
trovarsi in uno stato di infermità, di sordità e cecità spirituale simile a
quello dei peccatori e deve essere, dunque, il più lontano dalla condizione
di santità e di profonda percezione teologica in cui si trova chi ora
racconta la vissuta esperienza.
Viene detto, peggio ancora, che "nell'Inferno Dante può essere non attore,
ma spettatore, anche se sensibile e vibrante... le fiamme non lo toccano...
egli non ha che vedere". Noi dovremmo pensare cioè che la discesa del
protagonista fino agli ultimi abissi del gelo eterno, sia una specie di gita
turistica (Croce aveva già detto di Dante come di "un viaggiatore curioso e
attento"). Il moto di attrazione verso Ulisse e Diomede sarebbe un puro moto
di curiosità e di stima; la rissa con un concittadino iracondo; l'atto di
strappare i capelli ad un dannato, lo spergiuro compiuto nei suoi riguardi,
il tutto non sarebbe se non il modo di comportarsi di chi "non ha che
vedere". Il cammino di "esperienza piena" (come Virgilio la chiama) compiuto
nel gorgo del peccato sarebbe, secondo l'incomparabile definizione di
Petronio, una "tappa di trasferimento". Il personaggio sarebbe lui stesso,
Dante Alighieri, il poeta. La distinzione che pure il critico ha trovato -
non gli piace dire che l'ha trovata nei miei studi - non gli dice nulla. E
devo dire che gli altri commenti e saggi danteschi venuti fuori in questo
tempo sono restati nella stessa confusione. Inutile attendersi che essi
spieghino come mai nel Convivio Dante aveva detto, di persone che, come
Brunetto, pregiano ed usano "lo volgare altrui", che "sono da chiamare
pecore e non uomini", persone che tengono a vile il loro volgare "lo quale,
s'è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto elli suona ne la bocca
meretrice di questi adulteri" e, avendo scoperto lo stesso Brunetto nel
cerchio dei sodomiti, è così ansioso di onorarlo che è tentato di sedersi
con lui dimenticando il lungo cammino di espiazione che gli resta da fare.
Inutile sperare che venga spiegato come mai Dante sia poeta tanto inetto da
rappresentare se stesso, appena uscito dalla selva della perdizione e poi
calantesi sempre più in basso nel regno del peccato, con gli stessi
sentimenti, le stesse capacità del momento in cui, compiuto il cammino,
accostatesi agli ultimi cieli della verità e dell'amore, avendo ricevuto il
mandato di portare al mondo l'annuncio del futuro Messia, narra la grande
esperienza di peccato e di redenzione per cui è passato. Questi critici
ancora fedeli alle mitologie romantiche non si chiedono come mai, pure
ammesso che nel ripensare agli incontri avuti nell'Inferno Dante come poeta
abbia sentito impulsi di ammirazione, di pietà, di riverenza per i
peccatori, non si sia reso conto che era una bestemmia, una offesa a Dio
mostrare e dichiarare nel suo poema sacro la propria pietà per Francesca, la
propria venerazione per un peccatore come Brunetto, la propria attrazione
verso Ulisse. Non si sa come mai Dante non si sia accorto dell'imperdonabile
errore, artistico e teologico, di presentarci cose e persone degne di amore
e di ammirazione dove egli avrebbe dovuto farci vedere la faccia distorta ed
esecranda, odiosa del male.
Ma la critica dantesca anche in questi decenni passati da quando pubblicai
la mia Storia della poesia di Dante non si è minimamente allontanata dalle
confusioni di tutta la critica romantica che ho appena rilevate in Petronio.
Ancora meno si è tentato di tracciare la storia dell'animo, della mente di
Dante dalle prime esperienze, avicennistiche ed averroistiche dei due Guidi
alle posizioni anticattoliche della Monarchia al finale approdo alle
concezioni bonaventuriane e tomistiche sulle quali è interamente fondata la
Commedia, iniziata al culmine del lungo cammino, non prima del 1313-14 e non
già nei primi anni dell'esilio come da tutti si ritiene. La cronologia è
restata la più inattendibile.
Il volume che qui si presenta è in qualche modo un rifacimento, ma porta un
titolo diverso da quello di Storia della poesia di Dante ed è strutturato
diversamente. Sono stati omessi 45 canti commentati, 15 per ciascuna
cantica, che fungevano da costante prova e testimonianza rispetto a quanto
era detto nel saggio, nelle pagine a fronte. È stata una rinunzia difficile
in quanto il commento dava verso per verso, parola per parola, non solo la
conferma di quanto era detto nella trattazione critica unitaria, ma offriva
elementi di rincalzo, permetteva di ritrovare in tutto il testo il senso
indicato per ciascun episodio e per l’intero poema. Ho fiducia però che
anche così decurtato il libro costituisca una del tutto esauriente, e ancora
nuova, dimostrazione del nuovo senso che attribuisco alla Commedia e del
ritratto che do del Poeta. Il libro è stato in non pochi punti riscritto, ma
è soprattutto rimesso a confronto sia del testo poetico sia della linea di
pensiero che Dante venne formandosi attraverso la meditazione più attenta e
insieme più personale sui grandi teologi del suo tempo. E devo dire che dopo
due o tre decenni non ho dovuto fare nessun mutamento (eccetto in uno o due
casi in cui ho accettato tesi di miei allievi) in dipendenza dell'enorme
massa di pubblicazioni sul tema di Dante prodotta in questo frattempo. In
effetti la critica dantesca non è riuscita ancora a confrontarsi alla
ripresentazione di tutto Dante che avevo fatta. Era questa un punto di
passaggio obbligato per procedere più avanti. Ma per ragioni che non starò
qui ad investigare (attaccamento a feticci partitistici, volontà di
difendere il proprio prestigio, servilismo dei molti nei riguardi di coloro
che detenevano i posti di preminenza nel campo della cultura e della scuola,
tendenza generale, sopra tutto, a partire ogni volta da ciò che altri hanno
detto, tale da portare ad un incessante accumulo di cose già dette) la
critica dantesca ha sostanzialmente ignorato la mia interpretazione. Prima
di tutto è restata, per il mantenersi quasi intatto delle grosse e
ottundenti pregiudiziali laicistiche, ottocentesche, crociane e poi
marxiste, nei riguardi del mondo medievale, della teologia, del tomismo, una
pressoché totale incapacità, anche da parte dei critici cattolici (i quali
hanno continuato a ripetere senza un minimo tentativo di distacco le tesi
della critica desanctisiana, della critica storica e di quella crociana), di
accostarsi ai testi medievali su cui si formarono il pensiero e la visione
del mondo di Dante. La pregiudiziale laicistica, bigottamente laica, rimane,
anche nel campo dei critici e commentatori cattolici, l’ostacolo
insormontabile, intatto, per una comprensione del mondo di Dante.
Il vecchio titolo del mio libro voleva porre in rilievo il fatto che era
data una storia, non già dei casi della vita del Poeta, delle sue
peregrinazioni, delle sue vere e presunte posizioni nei riguardi dei
personaggi del suo tempo, ma della formazione artistica, del sentimento
ispiratore della poesia, che era, ed è, sempre cercata, dai critici,
attraverso l'impressione, la lettura dei singoli episodi, l'emozione
suggerita da un passo o da un altro, mai in una considerazione intera del
poema e in una ricostruzione integrale del mondo di Dante. Era dunque non
"la poesia" in senso più o meno crociano, dei singoli episodi, dei versi
ripetuti e soppesati nelle infinite lecturae Dantis, ma l'essenza di una
concezione teologica unitaria, di una visione del mondo tradotta in poesia.
Questo rimane il proposito principale di questa nuova presentazione. Ma con
gli anni sono venuto esaminando con più rigore la posizione del poeta nei
riguardi sia dei problemi più vitali del pensiero a lui contemporaneo, sia
degli specifici atteggiamenti umani con cui il pellegrino della salvezza si
incontra nel suo lungo, arduo cammino. Il problema base è in effetti non
solo di individuare i motivi di coinvolgimento del Dante peccatore nella
serie di atteggiamenti peccaminosi con cui viene a contatto, ma di stabilire
quale è veramente la risposta dell'autore del poema sacro, del teologo, del
profeta di fronte ai vari aspetti del male e della vita in generale. Gli
interpreti citano, nei vari casi, passi di Alberto Magno o di Ugo di S.
Vittore, di S. Tommaso o di S. Bonaventura; riportano ciò che dicono i
commentatori trecenteschi, ma da tutti i passi riportati non si ricava in
nessun modo una linea unitaria di pensiero e di sentimento, non si vede in
che cosa Dante si accorda o si distacca dall'uno o dall'altro teologo, se
c'è, come certamente deve esserci, una filosofia, una visione dantesca.
Charles S. Singleton nel suo recente commento molto vasto alla Commedia
(Princeton, 1970-1973) ha riportato una massa assai grande di testi antichi
e medievali ai quali i singoli passi si possono collegare, ma il critico non
fa una scelta, non mostra in nessun caso quale tra le diverse posizioni poté
essere la posizione di Dante, non avverte che questa può ricollegarsi ad una
personale linea di pensiero che poi si rintraccia, e va rintracciata, in
tutta la Commedia. Il commento si risolve in una massa di testi accumulati
nel modo più evasivo, meno atto a dare qualunque indicazione sul pensiero e
sul sentire di Dante. Non c'è nemmeno il minimo tentativo di individuare le
varie fasi, di per sé del tutto marcate, dello sviluppo mentale del poeta
quali si riconoscono facilmente nel Convivio, nella Monarchia e nella
Commedia. Ciò che è detto nei due trattati viene usato indifferentemente a
commento di ciò che è detto nel Poema. Questo rimane per Singleton una
costruzione fittizia, allegorica. È perduto, come sempre, il senso concreto
di un mondo effettivamente sperimentato che è la qualità più alta della
poesia dantesca.
Lo scopo di questo libro, specialmente in questa revisione - di qui il nuovo
titolo - è proprio quello di definire con più rigore la visione unica del
teologo-poeta Dante e di mostrare che questa visione è quella che si fa
presentazione oggetiva, poetica di una condizione spirituale e di una
ascesa. La Commedia, si è voluto mostrare, è il ritratto rigoroso di
un'avventura dell'anima, fatto alla luce della più coerente concezione
cattolica, di una filosofia che riesce ad unificare in un modo meraviglioso
ciò che è più alto e più valido nel pensiero di S. Tommaso ed in quello di
S. Bonaventura.
È l'unità poetica, l'obiettività di un racconto in cui sono inseriti i
diversi episodi, che vengono sempre letti in modo distaccato dall'unica
vicenda, che è l'argomento del poema, che si tratta di riconoscere.
Non c'è un racconto intercalato da discussioni dottrinarie, immesso in una
struttura allegorico-didascalica. Ma c'è un'epica coerente, unitaria, senza
fratture. La vera essenza del poema, sempre sfuggita alla critica dantesca,
passata e recente, è costituita dal fatto che esso è per Dante - e per noi
se sappiamo metterci nella sua condizione mentale - la storia di un viaggio
reale, è il resoconto, animato dal più ardente spirito profetico, di una
vicenda miracolosa e come tale ha il palpito della realtà, dell'esperienza
vissuta, dell'emozione di chi riferisce una rivelazione straordinaria. È
questo che fa l'unità del Poema, asserita e sempre, in realtà, ignorata
dagli interpreti. Ed è in questa linea del racconto che si inseriscono i
vari discorsi, di Virgilio, di Marco Lombardo, di Stazio, di Beatrice che
vengono sempre presi come inserzioni didattiche, extra-poetiche. Si tratta
di comprendere, prima di tutto, da parte nostra, che questi personaggi non
sono, nel Poema, portavoce del Poeta che vuole comunicare per loro mezzo
certe verità, per esibizione di scienza o per scopi edificanti e
didascalici, ma sono gli interlocutori del dramma, esprimono le idee che si
confanno alla loro personalità storica, a ciò che in ciascun momento è
richiesto dallo svolgimento dei fatti, dalla condizione in cui si trova il
pellegrino. Sono anch'essi personaggi autonomi. E non c'è, in effetti,
nessun errore più grande che quello di prendere ciò che dicono Virgilio o
Stazio o Marco Lombardo o lo stesso S. Tommaso per manifestazioni della
mente di Dante. Né è meno falso, del resto, l'assunto dei critici che, dal
tempo del romanticismo fino ad oggi, prendono gli atteggiamenti e le parole
dei personaggi, le professioni di amor patrio (un falso amore, da un punto
di vista cristiano) o l'esortazione che rivolge Ulisse ai compagni per
indurli al folle viaggio, o l'accusa di Manfredi agli uomini di Chiesa, come
manifestazioni dell'animo del poeta. È l'oggettività della rappresentazione
che occorre, prima di tutto, percepire.
L'idea romantica per cui si parlava di Dante poeta-teologo, di un poeta,
cioè, in cui la poesia si fa rivelazione di alti veri, di un poeta veggente,
è certamente falsa. Dante sa che la materia gli è stata data da Dio in una
"visione" profetica, che essa è "impressa" nella sua mente, sacra. Come
poeta egli si è "fatto scriba", deve "rincalzare" la materia data con la sua
arte. L'arte per l'uomo del Medioevo è capacità tecnica, abilità di
aggiungere qualcosa di conveniente a un dato contenuto. Ma è poi vero che
nell'opera di Dante la visione coerente di una realtà che abbraccia tutti i
livelli dell'uomo, si è tradotta nella più efficace, più coerente
figurazione. L'opera è davvero un poema sacro a cui hanno posto mano sia
Dio, che ha voluto ed ha impresso nella mente di Dante un viaggio
straordinario nei regni dell'aldilà, sia l'uomo Dante che ha creato il
correlativo poetico più aderente e più accurato, artisticamente, della
materia ricevuta. Da parte nostra si tratta di individuare la concezione, il
sentimento profetico, l'unico punto di vista che non è certo quello
dell'uomo preso dalle passioni della lotta terrena) dal quale Dante ha visto
la realtà presentatagli da Dio. Questa unica prospettiva, insieme con la
storia delle esperienze umane ed intellettuali (non semplicemente le vicende
politiche) attraverso le quali si era formato l'animo del Poeta quando egli
si accinse a comporre il suo poema è ciò che in questo libro si è voluto
primamente individuare. E noi siamo convinti che l'opera mostra nel modo più
preciso questa unità del pensiero, del sentimento ispiratore. Tutto ciò che
la critica ha sempre detto intorno ai mutati sentimenti ed atteggiamenti
mentali con cui Dante avrebbe scritto le tre cantiche (si è confusa la
diversità della materia trattata nelle tre parti del Poema con una presunta
differenza del modo di sentire del Poeta nel comporre l’Inferno, il
Purgatorio e il Paradiso) non ha nessun fondamento. È assolutamente unitario
lo spirito che riferisce il sogno vero che Dio gli ha elargito. La grandezza
di Dante che io spero possa risultare da questo libro è proprio quella di
averci dato la più oggettiva, più profondamente unitaria narrazione della
avventura più alta dello spirito vista con l'occhio più fermo, la devozione
più piena al compito assegnategli da Dio. Si tratta, in una parola, di
rovesciare completamente la visione romantica dell'opera di Dante alla
quale, pur tra incoerenti tentativi di correzione, la critica dantesca è
rimasta sostanzialmente arenata.
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