Ricordo di Rocco Montano:
"Ho tentato di superare certe fissazioni laiciste della critica"
di Biagio Buonomo

articoli tratti da
http://www.augustea.org/dgabriele/italiano/lett_montano.htm

 

 


Comune di Stigliano

Ricordo di Rocco Montano

CONOSCERE LE OPERE:
Dante, filosofo e poeta

Il superamento di Machiavelli

Shakespeare
 



Una lettura proibita, un nome proscritto, tanto da non meritare la citazione ufficiale accanto agli altri libri di testo. No: il manuale di Rocco Montano era semplicemente un'opera consigliata e solo verbalmente, sia chiaro: anche nella scuola cattolica dove ho fatto il liceo, allo studioso lucano era concessa nulla più che una nicchia collaterale presso cui soffermarsi quando l'ortodossia crociana in cui venivamo formati rivelava, senza la consueta morbidezza, il suo fondo materialistico e anticristiano.


Così, quasi clandestinamente, entrai in contatto con prospettive e interpretazioni che oggi costituiscono l’irrinunciabile punto di partenza della mia attività di insegnante e ricercatore. Su questo o quel punto mi sono preso e mi prendo ancora il lusso di dissentire con questo mio absconditus magister. Ma - beninteso - non per temperarne la radicalità ma, al limite, per approfondirne, svilupparne le ragioni. Arricchirle, se mi è possibile, evitando - e con rimpianto - quei toni netti, sovente apodittici che tanto affascinarono la mia sensibilità di adolescente e che, ovviamente, costituiscono il migliore pretesto per comminare a Montano - ma solo in Italia - una damnatio memoriae da socialismo reale. A uno di questi episodi di intolleranza devo comunque il mio unico contatto con lo studio - so, già anziano e provato dalla malattia. Un gruppo di genitori - ovviamente democratici - aveva contestato un insegnante che aveva osato adottare Lo spirito e le lettere - quel disegno storico della letteratura italiana che resta la summa dell'attività critica montaniana - come libro di testo. Il comunicato-stampa con cui si dava notizia della protesta era un concentrato in minore di tutti luoghi comuni, le banalità e le menzogne intellettuali contro cui, nelle sfere alte ma non disincarnate della riflessione critica, Montano ha combattuto per cinquant’anni. Sentii il bisogno di telefonargli - come mi vergognai per l’ovvietà dell'espressione "per esprimerle la mia solidarietà" -. Mi aspettavo una voce, un accento combattivo paragonabile alla parola scritta. E invece il professore, di fronte a tutto ciò che di bene andavo concitatamente dicendo di lui, si limitò a sussurrare: "No, no... Io ho solo tentato di superare certe fissazioni laiciste della critica per proporre una lettura cattolica della nostra civiltà culturale. E questo continua a dare fastidio a qualcuno. Comunque la ringrazio". Questo inatteso e singolare understatement - un'attività critica che spazia da san Tommaso a Montale diventava un "tentativo"; il rigetto di tre quarti della cultura accademica italiana, il semplice fastidio di "qualcuno" - non fece che accrescere ai miei occhi anche la statura morale di Montano. Scoprii o almeno intuii che la Fede, in lui, non era soltanto un termine di contesa intellettuale e - perché no? - di apologia, ma anche un abito di vita.

Eppure il silenzio con cui recentemente se n'è andato, non è figlio di quella singolare umiltà ma di una crosta di disinteresse che mi illudo di perforare con questi righi. Né, parimenti, credo sia possibile né auspicabile un ecumenico recupero di Montano all'intera cultura letteraria italiana. La sua appartenenza cattolica costituisce e costituirà sempre un discrimine e, più ancora, un segno di contraddizione contro cui si infrangeranno i tentativi di farne uno dei tanti o persino uno dei migliori. No: Montano è stato altro, il titolare di una prospettiva interpretativa che non ha alcun compiuto riscontro nel nostro panorama critico e che, semmai, ha qualche attinenza - non a caso tra i due intercorse un fitto epistolario - con l'intuizione delnociana sul destino della modernità: ma rispetto al filosofo, il critico può vantare una comprensione più ampia e, comunque, maggiormente esplicitata della civiltà che precedette la crisi illuminista.

Intonata in controcanto alla linea che da De Sanctis, attraverso Croce, ha poi condotto alla non effimera egemonia della critica marxista, la linea tracciata da Montano coglie in un Medio Evo provocatoriamente rappresentato come il momento ateniese del pensiero europeo, la sintesi tra classicità e fede cristiana: sintesi ribadita, ma su altre basi, dalla civiltà umanistico-rinascimentale e soggetta alla radicale eversione della Riforma protestante e del suo pessimismo antropologico. In questa prospettiva la Riforma cattolica e la cultura del Seicento si pongono come inveramento dell'autentica rinascenza, segnacolo di realismo, fiducia nelle opere, nella capacità e, più di tutto, nella libertà dell'uomo. L'Illuminismo, smarrito l'originale ruolo di rinnovatore metodologico di questa cultura già viva e per nulla datata nei contenuti, decade ben presto a filosofia chiusa, autoreferenziale, di cui l'idealismo romantico non dà che una sistemazione diacronica e, alla fine, incapace di arginare l'irrazionalismo che segna questa modernità.

Ma questo complessivo sfondo ermeneutico, lungi dall'essere uno schema forzatamente imposto dall'esterno, è stato per Montano il frutto di una conquista realizzata attraverso una progressiva, coraggiosa presa di coscienza che spinse il giovane studioso a rivedere la sua primitiva adesione all'idealismo e alla stessa sequela di Croce per accostarsi al geniale e atipico Toffanin, dalla cui particolare comprensione dei rapporti tra Medio Evo e Rinascenza, mosse per ridisegnare, nei termini accennati, l'intero arco della civiltà culturale italiana. La scelta, inutile dirlo, fu pesante giacché impose a Montano un'attività saggistica onnicomprensiva e per ciò stesso sospetta agli occhi di una critica già protetta - nel tramonto del magistero crociano - dalle rassicuranti casematte della specializzazione. Ma più ancora la nuova generazione di studiosi che andava affermandosi, non poteva non guardare con sospetto questo inatteso outsider che da un lato criticava a fondo - in Arte, realtà e storia (pubblicato nel '51 ma scritto tra il '46 e il '47) - l'estetica di Croce e dall'altro proponeva uno storicismo che non si confrontasse con "i fatti esteriori della storia politica o economica" ma con l'evoluzione del linguaggio, delle forme letterarie e, soprattutto, delle idee. In quest'ottica presero forma i grandi saggi su Manzoni, sull'estetica medievale, rinascimentale e barocca e, più cari tra tutti, i primi esperimenti di esegesi dantesca che, accolti in Italia con qualche buona recensione ma tra il generale scetticismo - eppure in essi si proponeva per la prima volta la distinzione tra l’auctor e l’agens - furono invece assai apprezzati da Charles Singleton, che invitò Montano ad insegnare ad Harvard. Ma il prestigioso college, cuore dell'America liberal, non ritenne di poter mantenere stabilmente tra i propri docenti uno studioso che intanto collaborava con l'Università cattolica di Washington. Alla fine, approdato alla cattedra di letteratura comparata dell'Università dell'Illinois, Montano poté apprezzare compiutamente l'ambivalenza della propria stagione statunitense: da un lato poteva insegnare in piena libertà, godere dei vantaggi di un sistema universitario all'avanguardia, confrontarsi con una intellighenzia meno asfittica e provinciale seppure segnata da un caratteristico pregiudizio anticattolico; ma, d'altro canto, l'obiettivo primario della permanenza negli Usa - consentire ai propri studi di circolare in Italia con una nuova patente di autorevolezza - andò fallito. La cultura italiana restò impermeabile agli sforzi dello studioso stimato da Singleton. Il ritorno in Italia fu mesto, almeno dal punto di vista dei riconoscimenti accademici. Eppure, docente di letteratura italiana presso la Facoltà di lingue del magistero di Salerno, Montano continuò la sua battaglia, di nuovo in prima linea, tra rinnovate polemiche e inattesi riconoscimenti. Pubblica - ed è una bomba editoriale - Lo spirito e le lettere, scritto indicativamente durante gli anni americani: duemila pagine di ricostruzioni appassionate, giudizi urticanti, indicazioni mai banali e talvolta consapevolmente provocatorie; fonda la rivista Segni - mutuando questo titolo da un libro di Merleau-Ponty - nella quale è disseminato un patrimonio di interventi tuttora sconosciuto, colpevolmente, agli stessi addetti ai lavori. E prosegue l'attività di saggista, tra l'altro con volumi fondamentali come Comprendere Montale e G.B. Vico. Fenomenologia della storia, del linguaggio e dello Stato e il conclusivo Dante filosofo e poeta. Non mancano - dicevo - i riconoscimenti. Soprattutto il premio Prezzolini, nel 1987, contribuisce a ripagare almeno in parte l'ostracismo di cui Montano, ratione scientiae et Fidei, è stato vittima dignitosa: una giuria formata tra gli altri da Del Noce, De Felice, Guarnieri, Pampaloni lo segnala come modello di studioso libero e disposto a infrangere, pagando un prezzo altissimo, le quiete e viete convenzioni - critiche, anche se ammantate da panneggi sociologici, strutturalisti o semiotici - con cui si declina il verbo desanctisiano-crociano-gramsciano in materia di letteratura. Di nessuno, scorrendo cinquant'anni di vita letteraria italiana, si può dire altrettanto. Ma di nessuno si è taciuto altrettanto.