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Una lettura proibita, un nome proscritto,
tanto da non meritare la citazione ufficiale accanto agli altri libri di
testo. No: il manuale di Rocco Montano era semplicemente un'opera
consigliata e solo verbalmente, sia chiaro: anche nella scuola cattolica
dove ho fatto il liceo, allo studioso lucano era concessa nulla più che una
nicchia collaterale presso cui soffermarsi quando l'ortodossia crociana in
cui venivamo formati rivelava, senza la consueta morbidezza, il suo fondo
materialistico e anticristiano.
Così, quasi clandestinamente, entrai in
contatto con prospettive e interpretazioni che oggi costituiscono
l’irrinunciabile punto di partenza della mia attività di insegnante e
ricercatore. Su questo o quel punto mi sono preso e mi prendo ancora il
lusso di dissentire con questo mio absconditus magister. Ma - beninteso -
non per temperarne la radicalità ma, al limite, per approfondirne,
svilupparne le ragioni. Arricchirle, se mi è possibile, evitando - e con
rimpianto - quei toni netti, sovente apodittici che tanto affascinarono la
mia sensibilità di adolescente e che, ovviamente, costituiscono il migliore
pretesto per comminare a Montano - ma solo in Italia - una damnatio memoriae
da socialismo reale. A uno di questi episodi di intolleranza devo comunque
il mio unico contatto con lo studio - so, già anziano e provato dalla
malattia. Un gruppo di genitori - ovviamente democratici - aveva contestato
un insegnante che aveva osato adottare Lo spirito e le lettere - quel
disegno storico della letteratura italiana che resta la summa dell'attività
critica montaniana - come libro di testo. Il comunicato-stampa con cui si
dava notizia della protesta era un concentrato in minore di tutti luoghi
comuni, le banalità e le menzogne intellettuali contro cui, nelle sfere alte
ma non disincarnate della riflessione critica, Montano ha combattuto per
cinquant’anni. Sentii il bisogno di telefonargli - come mi vergognai per
l’ovvietà dell'espressione "per esprimerle la mia solidarietà" -. Mi
aspettavo una voce, un accento combattivo paragonabile alla parola scritta.
E invece il professore, di fronte a tutto ciò che di bene andavo
concitatamente dicendo di lui, si limitò a sussurrare: "No, no... Io ho solo
tentato di superare certe fissazioni laiciste della critica per proporre una
lettura cattolica della nostra civiltà culturale. E questo continua a dare
fastidio a qualcuno. Comunque la ringrazio". Questo inatteso e singolare
understatement - un'attività critica che spazia da san Tommaso a Montale
diventava un "tentativo"; il rigetto di tre quarti della cultura accademica
italiana, il semplice fastidio di "qualcuno" - non fece che accrescere ai
miei occhi anche la statura morale di Montano. Scoprii o almeno intuii che
la Fede, in lui, non era soltanto un termine di contesa intellettuale e -
perché no? - di apologia, ma anche un abito di vita.
Eppure il silenzio con cui recentemente se n'è andato, non è figlio di
quella singolare umiltà ma di una crosta di disinteresse che mi illudo di
perforare con questi righi. Né, parimenti, credo sia possibile né
auspicabile un ecumenico recupero di Montano all'intera cultura letteraria
italiana. La sua appartenenza cattolica costituisce e costituirà sempre un
discrimine e, più ancora, un segno di contraddizione contro cui si
infrangeranno i tentativi di farne uno dei tanti o persino uno dei migliori.
No: Montano è stato altro, il titolare di una prospettiva interpretativa che
non ha alcun compiuto riscontro nel nostro panorama critico e che, semmai,
ha qualche attinenza - non a caso tra i due intercorse un fitto epistolario
- con l'intuizione delnociana sul destino della modernità: ma rispetto al
filosofo, il critico può vantare una comprensione più ampia e, comunque,
maggiormente esplicitata della civiltà che precedette la crisi illuminista.
Intonata in controcanto alla linea che da De Sanctis, attraverso Croce, ha
poi condotto alla non effimera egemonia della critica marxista, la linea
tracciata da Montano coglie in un Medio Evo provocatoriamente rappresentato
come il momento ateniese del pensiero europeo, la sintesi tra classicità e
fede cristiana: sintesi ribadita, ma su altre basi, dalla civiltà
umanistico-rinascimentale e soggetta alla radicale eversione della Riforma
protestante e del suo pessimismo antropologico. In questa prospettiva la
Riforma cattolica e la cultura del Seicento si pongono come inveramento
dell'autentica rinascenza, segnacolo di realismo, fiducia nelle opere, nella
capacità e, più di tutto, nella libertà dell'uomo. L'Illuminismo, smarrito
l'originale ruolo di rinnovatore metodologico di questa cultura già viva e
per nulla datata nei contenuti, decade ben presto a filosofia chiusa,
autoreferenziale, di cui l'idealismo romantico non dà che una sistemazione
diacronica e, alla fine, incapace di arginare l'irrazionalismo che segna
questa modernità.
Ma questo complessivo sfondo ermeneutico, lungi dall'essere uno schema
forzatamente imposto dall'esterno, è stato per Montano il frutto di una
conquista realizzata attraverso una progressiva, coraggiosa presa di
coscienza che spinse il giovane studioso a rivedere la sua primitiva
adesione all'idealismo e alla stessa sequela di Croce per accostarsi al
geniale e atipico Toffanin, dalla cui particolare comprensione dei rapporti
tra Medio Evo e Rinascenza, mosse per ridisegnare, nei termini accennati,
l'intero arco della civiltà culturale italiana. La scelta, inutile dirlo, fu
pesante giacché impose a Montano un'attività saggistica onnicomprensiva e
per ciò stesso sospetta agli occhi di una critica già protetta - nel
tramonto del magistero crociano - dalle rassicuranti casematte della
specializzazione. Ma più ancora la nuova generazione di studiosi che andava
affermandosi, non poteva non guardare con sospetto questo inatteso outsider
che da un lato criticava a fondo - in Arte, realtà e storia (pubblicato nel
'51 ma scritto tra il '46 e il '47) - l'estetica di Croce e dall'altro
proponeva uno storicismo che non si confrontasse con "i fatti esteriori
della storia politica o economica" ma con l'evoluzione del linguaggio, delle
forme letterarie e, soprattutto, delle idee. In quest'ottica presero forma i
grandi saggi su Manzoni, sull'estetica medievale, rinascimentale e barocca
e, più cari tra tutti, i primi esperimenti di esegesi dantesca che, accolti
in Italia con qualche buona recensione ma tra il generale scetticismo -
eppure in essi si proponeva per la prima volta la distinzione tra l’auctor e
l’agens - furono invece assai apprezzati da Charles Singleton, che invitò
Montano ad insegnare ad Harvard. Ma il prestigioso college, cuore
dell'America liberal, non ritenne di poter mantenere stabilmente tra i
propri docenti uno studioso che intanto collaborava con l'Università
cattolica di Washington. Alla fine, approdato alla cattedra di letteratura
comparata dell'Università dell'Illinois, Montano poté apprezzare
compiutamente l'ambivalenza della propria stagione statunitense: da un lato
poteva insegnare in piena libertà, godere dei vantaggi di un sistema
universitario all'avanguardia, confrontarsi con una intellighenzia meno
asfittica e provinciale seppure segnata da un caratteristico pregiudizio
anticattolico; ma, d'altro canto, l'obiettivo primario della permanenza
negli Usa - consentire ai propri studi di circolare in Italia con una nuova
patente di autorevolezza - andò fallito. La cultura italiana restò
impermeabile agli sforzi dello studioso stimato da Singleton. Il ritorno in
Italia fu mesto, almeno dal punto di vista dei riconoscimenti accademici.
Eppure, docente di letteratura italiana presso la Facoltà di lingue del
magistero di Salerno, Montano continuò la sua battaglia, di nuovo in prima
linea, tra rinnovate polemiche e inattesi riconoscimenti. Pubblica - ed è
una bomba editoriale - Lo spirito e le lettere, scritto indicativamente
durante gli anni americani: duemila pagine di ricostruzioni appassionate,
giudizi urticanti, indicazioni mai banali e talvolta consapevolmente
provocatorie; fonda la rivista Segni - mutuando questo titolo da un libro di
Merleau-Ponty - nella quale è disseminato un patrimonio di interventi
tuttora sconosciuto, colpevolmente, agli stessi addetti ai lavori. E
prosegue l'attività di saggista, tra l'altro con volumi fondamentali come
Comprendere Montale e G.B. Vico. Fenomenologia della storia, del linguaggio
e dello Stato e il conclusivo Dante filosofo e poeta. Non mancano - dicevo -
i riconoscimenti. Soprattutto il premio Prezzolini, nel 1987, contribuisce a
ripagare almeno in parte l'ostracismo di cui Montano, ratione scientiae et
Fidei, è stato vittima dignitosa: una giuria formata tra gli altri da Del
Noce, De Felice, Guarnieri, Pampaloni lo segnala come modello di studioso
libero e disposto a infrangere, pagando un prezzo altissimo, le quiete e
viete convenzioni - critiche, anche se ammantate da panneggi sociologici,
strutturalisti o semiotici - con cui si declina il verbo
desanctisiano-crociano-gramsciano in materia di letteratura. Di nessuno,
scorrendo cinquant'anni di vita letteraria italiana, si può dire
altrettanto. Ma di nessuno si è taciuto altrettanto.
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